Sitara e il leone

PDF

Sitara e il leone
E3 : S2

La luce fioca, man mano che si avvicinavano, si trasformò nel dinamismo di un falò che lanciava scintille e luce in ogni direzione che l’occhio riusciva a vedere. Se le fiamme potessero danzare, quelle fiamme danzavano… quasi ad altezza umana.

L’uomo si rivolse alle sue compagne, erano ancora lontani circa centro metri. “Io vado a informarli che stiamo portando un’ospite. Non vorrei qualche sorpresa. La nostra gente non riceve visite dagli stranieri…” e fece una pausa, “ …mai. Meglio avvisarli e assicurarci che sappiano perché siamo qui.”

“Non vorrei mai intromettermi” replicò la visitatrice muovendo leggermente il capo.

“Capiranno” disse l’uomo. “È soltanto una formalità. Vi segnalerò quando avvicinarvi.”

“È la vostra gente, vero?” chiese la visitatrice sottovoce alla sua compagna -conduttrice.

“Siamo imparentati, i loro antenati sono anche i nostri. Cent’anni fa, però, ci siamo separati, soprattutto perché i nostri territori andavano in direzioni opposte e man mano che ci espandevamo ci siamo isolati sempre più. Occasionalmente, abbiamo una festa che dovrebbe unirci, ma poche volte all’anno non è sufficiente a renderci… completamente fiduciosi.”

“Uhm…” mormorò la visitatrice. “E Sitara, la vostra amata maestra, tecnicamente parlando fa parte di questa tribù e non della vostra…?” Le sue parole erano più un’affermazione che una domanda. “Perché avevate bisogno di espandere i vostri territori?”

“Per il legname, in realtà. Dovevamo andare sugli altopiani per raccogliere legna per il fuoco, cucinare e riscaldarci.”

“Uhm…”

Osservarono l’uomo avvicinarsi all’accampamento. Due uomini si fecero avanti portando dei fucili. Le donne erano troppo lontane per sentire cosa dicevano, ma il tono della conversazione poteva solamente essere descritto come sbrigativo. Nessuna amichevole risata.

Poco dopo l’uomo si voltò e ritornò con il suo cammello in un calmo galoppo. Una volta vicino si fermò. “Vogliono incontrarla.”

“Allora, andiamo tutti insieme?” chiese la visitatrice.

“No” l’uomo scosse il capo. “VoglioNO incontrare lei, e solo lei.”

“Per quale motivo?”

“Sono protettivi verso la loro maestra. Non amano che gli stranieri conoscano anche solo l’esistenza di Sitara. Per loro è un segreto. Per noi… non tanto.” Sorrise e dopo aver comandato al suo cammello di inginocchiarsi, scivolò a terra. “Può prendere il mio cammello.”

“Non ho mai condotto un cammello da sola.”

“Amber conosce la via. Tutto quello che deve fare è stare seduta… tranquillamente. Amber farà il resto.”

“Sì, capisco, e non ho un briciolo di paura, Lo sto solo dicendo perché tu sappia che ho zero esperienza.”

“L’ho supposto” disse l’uomo ridacchiando.

La visitatrice scese dal suo cammello, salì su Amber e partì senza dire altro.

Mentre si avvicinava, la visitatrice notò che in quel momento c’erano tre persone ad attenderla. Quando fu a circa venti metri, i tre smisero di parlare e si rizzarono in attesa. Indossavano vesti diverse da quelle dei suoi compagni. Amber giunse di fronte a loro e si fermò scrollandosi un po’ con un verso sordo. La visitatrice abbandonò le redini, che uno degli uomini del gruppo di ricevimento prese invitando Amber a terra, così che la visitatrice potesse scivolare dalla gobba del cammello sul terreno di sabbia compressa parzialmente sassoso.

Una figura relativamente alta si fece avanti. “Io sono Sitara. Sei venuta per incontrarmi… qui?” e allargò le braccia. “Sotto le stelle nel deserto profondo?”

La visitatrice lanciò un’occhiata alle sue spalle. “Su richiesta dei miei nuovi amici, io sono qui.”

“Dicono che sai parlare con gli animali.”

“Sì.”

“Anch’io, tuttavia abbiamo catturato un leone di montagna che non intende parlarmi. Saresti disponibile a parlare con lui… o, almeno, a tentare?”

La visitatrice annuì e Sitara s’inchinò ringraziando con un accenno di sorriso.

“Bene, allora seguimi” e si mosse come una persona in missione.

“Come lo avete catturato?” chiese la visitatrice correndo per starle dietro.

“È caduto in una delle nostre fosse che poi abbiamo coperto con una fitta rete. Non può saltar fuori, quindi non aver paura.”

“Sta bene?”

“Chi, il leone?”

“Sì” disse la visitatrice annuendo.

“Per quel che so, sì.” Sitara sembrò sorpresa da quella domanda.

Camminarono in silenzio per un po’, come se ognuna fosse in un suo proprio mondo e cercasse, tuttavia, il modo per entrare in quello dell’altra.

“Non ho mai incontrato prima una persona che sapesse parlare con gli animali” disse Sitara. “È bello avere questo in comune, perché ora sappiamo di poterci fidare l’una dell’altra.”

“Perché pensi che il leone non ti voglia parlare?”

“Forse perché sa che noi uccidiamo i leoni se prendono il nostro cibo” replicò Sitara.

“E lui ha preso il vostro cibo?”

“Credo che lo abbiamo catturato prima che potesse farlo.”

L’accampamento era più grande di quanto la visitatrice si fosse aspettata, delle ampie tende erano sparse in ogni direzione.

“In quanti siete qui?”

“Qui, in questo accampamento? Uhm… circa 120 persone, a seconda della stagione.”

“E da dove vengono il cibo e l’acqua?”

“In questo deserto ci sono acqua e cibo sufficienti per il nostro popolo, ma non per uno in più” e lo sottolineò muovendo il capo. “Comunque, se tu sai parlare con gli animali, saremo lieti di accoglierti.”

“Intendi dire, restare?”

“Finché ti va” disse Sitara.

“Uhm…”

Le due donne continuarono a camminare, con Sitara che precedeva di circa un metro, in direzione della fossa del leone.

“Che cosa vuoi che dica al leone quando siamo lì?”

“Digli che il nostro cibo non è il suo cibo, e che se intende mangiare il nostro cibo non avremo altra scelta se non quella di ucciderlo.”

La visitatrice fissò la sua nuova ospita scioccata. “Come puoi comunicare con gli animali e parlare così?”

“Considero il mio popolo come mia priorità. I leoni devono prendersi cura di sé per conto loro. Io non posso farlo per entrambi quando la disponibilità di cibo è così scarsa.”

“E che cosa, allora, dovrebbero mangiare i leoni?”

Sentirono un ruggito poco lontano. Si stavano avvicinando.

“Conigli, topi, antilopi, uccelli… hanno gran disponibilità di cibo. Sono soltanto un po’ più difficili da catturare di una capra. E a meno che non catturino un’antilope, non ottengono la stessa qualità o quantità di carne di una capra…” Sitara si fermò e fissò la visitatrice. “Una capra è un banchetto… un coniglio, una leggera colazione. L’energia per catturare un coniglio viene ripristinata consumando quello stesso coniglio. Le nostre capre sono una preda facile e offrono una o due settimane di energia. Questa è la differenza.”

“Uhm…”

Vicino alla fossa erano seduti due uomini con un fucile in mano. Si alzarono entrambi non appena le donne si avvicinarono. “Ditegli di lasciare il nostro territorio oppure gli spareremo.”

“Questo non lo dirò.”

Sitara si fermò e di nuovo si rivolse verso di lei con le mani sui fianchi. “Che cosa intendi dirgli, allora?”

“Non lo so. Gli farò delle domande e vedrò dalle sue risposte cosa dire.”

“Sì, d’accordo, ma ricorda che è un leone di montagna e che può uccidere una persona nel giro di secondi. Non dovrebbe essere trattato come un essere umano. Sono degli assassini selvaggi perché la sopravvivenza richiede che siano così; quindi non abbiamo altra scelta se non vederli come nemici e concorrenti. Anche se io non volessi ucciderli, c’è un centinaio di persone della mia tribù che preferirebbe fossero sterminati, così da non doverci più preoccupare che le nostre scorte di cibo vadano diminuendo o che i nostri bambini si allontanino troppo dall’accampamento.” Sitara tacque e osservò con occhi socchiusi la visitatrice. “Per noi non è qualcosa di astratto, lo capisci questo?”

La visitatrice annuì. “Questo è il vostro mondo e io sono semplicemente un’ospite. Mi avete chiesto di aiutarvi e, anche se io non sono del vostro mondo, quando mi chiedete aiuto io mi sento in obbligo di seguire la mia coscienza, il mio senso morale. Lo capisci tu questo?”

“Uhm… capisco che sei in un bel dilemma” disse Sitara, “e ancora non hai iniziato a parlare con il nostro bellicoso leone.” Ridacchiò piano e percorse la breve distanza fino alla bocca della fossa.

La fossa era coperta da una rete artigianale fatta di corde. Qualche decina di centimetri più sotto erano piantati alcuni pali di legno acuminati rivolti verso il basso, in modo da rendere la risalita della fossa un’impresa pericolosa, se non letale. Sul fondo, forse quattro metri più in basso, la visitatrice poteva vedere qualcosa che andava avanti e indietro, ma la luce era così fioca da apparire come un’ombra scura che si muoveva come una nube furiosa.

La visitatrice guardò Sitara. “Ho bisogno che tu e le guardie andiate via.”

“No” replicò Sitara, “io starò qui.” Guardò le guardie, fece un gesto con il capo e gli uomini si allontanarono.

Sitara si sedette a terra, quasi fosse un oggetto inamovibile.

“Sei più giovane di quanto mi aspettassi” disse la visitatrice.

“Beh, lo prendo come un complimento.”

“Stavo parlando al leone…” replicò la visitatrice con un accenno di sorriso.

“Ah, abbiamo il senso dell’umorismo. Mi piace. La mia gente è molto seria, dobbiamo sopravvivere nel deserto e l’umorismo non è uno dei nostri forti. Quindi devi perdonarmi, sono fuori esercizio.”

“Pensavo che tu fossi una maestra e che la tua gente ti rispettasse. Sembra però che tu abbia poca influenza su di loro” osservò la visitatrice.

Sitara fece per dire qualcosa ma si bloccò bruscamente: il leone di montagna aveva improvvisamente emesso un poderoso ruggito. La fossa tratteneva la maggior parte del suono, ma era ancora tanto sonoro da dichiarare che l’“ombra” in basso era fisica, possente e molto probabilmente furiosa.

“Inizierò” disse la visitatrice. “Per favore, chiudi gli occhi e immagina una soluzione pacifica per tutti coloro che sono coinvolti. E quando dico “tutti” intendo proprio: Tutti.”

Sitara osservò la visitatrice che rimaneva in piedi. Chiuse gli occhi e inclinò indietro il capo. La visitatrice andò verso il lato più distante della fossa, che era larga circa tre metri, grossomodo circolare, simile alla pupilla di un occhio aperto che fissava il cielo.

La visitatrice si chinò e raccolse qualcosa color bianco-crema. “Che cos’è?”

Sitara aprì gli occhi. “Un qualche osso. Li troviamo quando scaviamo le fosse. Lasciamo sempre vicino all’apertura qualunque cosa troviamo.”

“È l’osso di un leone di montagna.”

Sitara sorrise. “Ah, leggi anche le ossa…”

La visitatrice rimase silenziosa per un po’. Sembrò essersi sintonizzata a qualcosa quando iniziò a camminare intorno alla fossa, molto lentamente ma deliberatamente.

“Tu sei un leone di montagna in una fossa in mezzo al deserto. Io sono un’umana e nuova al deserto. Ti rispetto molto profondamente e vorrei considerarti un amico, e come tua amica devo dirti che noi siamo in un posizione difficile. Sono qui per portare aiuto a nome del popolo che ti ha intrappolato.”

“Allora sei una loro pedina” disse il leone, e soltanto la visitatrice potè udirlo.

“Perché sei venuto qui?” chiese la visitatrice.

“Questa gente ha ucciso la mia compagna. Proprio qui, in questo medesimo punto in cui sono ora prigioniero.” Alzò lo sguardo. “E tu tieni nella mano la sua clavicola” e nella sua voce ci fu un leggero tremito.

La visitatrice strinse l’osso un più fortemente.

“Ero venuto a portarle il mio ultimo saluto, e non per vendetta o per del cibo” disse il leone, e la voce passò da ghiaccio ad acqua. “Non sono pronto a lasciare questo posto, ma so che la vendetta causerebbe solo la mia morte.”

“Loro temono che tu prenda il loro cibo e sono molto possessivi al riguardo.”

“Questo è perché sono troppo numerosi.”

“No, è perché sono esattamente il numero che dovrebbero essere. Semplicemente, sentono di essere responsabili l’uno per l’altro e di dover proteggere il loro cibo e la loro acqua. Sono esseri intelligenti come te.”

“Non sono venuto per rubare il loro cibo.” Il leone continuò ad andare avanti e indietro, gettando di tanto in tanto un’occhiata verso la visitatrice.

“Quando è morta la tua compagna?”

“Non so rispondere con precisione, forse sono passate cinque lune da quando l’hanno uccisa.”

“E ancora la piangi?”

“Ho tempo a disposizione.”

Il leone alla fine smise di andare avanti e indietro e si sedette.

“Che cosa vorresti che facciano?” chiese la visitatrice.

“Uhm… non è ovvio? Che mi lascino andare.”

La visitatrice si voltò. “Riesci a vedere il mio braccio? Vedi in quale direzione sta puntando?”

Il leone arretrò fino a raggiungere il fondale della fossa. “Sì, la vedo.”

“Sto indicando un luogo che sta a circa cinque ore di cammino. Là c’è una leonessa che vive su una sporgenza rocciosa. Anche lei ha perso il suo compagno, solo che, diversamente da te, non sa perché.”

“Uhm…”

“Se ti libero, andresti là per non tornare mai più in questo luogo?”

“Ci andrò volentieri.”

“… e non tornerai mai più qui?” ripetè la visitatrice con un tono più intenso.

“Mai è un lungo tempo” rispose il leone cripticamente.

“Non è né lungo né corto. È assoluto” disse la visitatrice.

“Beh, non sono in grado di garantire degli assoluti, ma di certo farò ogni sforzo per evitare questo posto. Ha già dato prova di essere terribile per il mio bene sia fisico che emotivo.”

La visitatrice rimase in silenzio.

Il leone si rizzò e ricominciò ad andare avanti e indietro. “Dimmi, come sai che c’è una leonessa a cinque ore lontano da qui e in quella specifica direzione?”

“Ho parlato con lei come ora sto parlando con te.”

“Quanto tempo fa?”

“Circa sei ore fa.”

“Uhm… D’accordo, accetto il tuo assoluto, ma questi umani devono stare lontano dalla zona che hai descritto. L’accordo deve essere reciproco così da non esserci incidenti a causare problemi. Se i loro pastori si avvicinano al mio raggio d’ascolto, allora l’assoluto non sarà onorato. È una condizione assoluta reciproca. E non penso che tu possa parlare per loro, vero?”

“Ciò che chiedi sembra lecito. Lascia che lo chieda a uno dei loro capi. Sarò presto da te.”

“Aspetterò…” mugolò il leone e si stese sul fondo della fossa profonda e scura.

La visitatrice aprì gli occhi, Era in piedi quasi di fronte a Sitare. Si schiarì la gola. “Sitara?”

Le palpebre di Sitara si sollevarono di colpo a fissare gli occhi della visitatrice.

“Ho negoziato un accordo” disse la donna.

“Eccellente. Dimmi, in che cosa consiste?” domandò Sitara.

“Il leone se ne andrà e non tornerà più.”

“Dove andrà?”

“A circa quattro ore di cammello in quella direzione…”

“Alle sporgenze rocciose…” disse Sitara.

La visitatrice annuì.

“Noi teniamo quelle sporgenze in grande considerazione.”

“Perché?”

“È uno dei nostri luoghi sacri. Vi sono delle formazioni che sembrano degli umani. La nostra gente visita quel luogo fin da quando si creò.”

“Ha chiesto un accordo reciproco. Se si ritira tra quelle rocce, chiede che voi non vi avventuriate mai. In questo modo non ci saranno ulteriori incidenti.”

Sitara emise un profondo sospiro. “Non posso parlare per la mia gente, ma penso che siano termini inaccettabili. Mi spiace.”

“Che cosa li renderebbe accettabili?” chiese la visitatrice.

“Dovrebbe permetterci di visitare quel luogo in certi periodi. Per esempio, che la nostra gente possa andar lì durante la luna piena.”

“E riguardo ai pastori?”

“Quello non è un posto in cui delle pecore o delle capre possano brucare. Accetteremo di non utilizzare quella zona per le nostre greggi.”

La visitatrice richiuse gli occhi e sollevò l’indice. “Solo un momento…”

“Sono tornata” disse al leone. “Quel luogo è sacro per questa gente. Non rinunceranno al loro diritto di visitare quella zona.”

“Allora siamo a un punto morto” commentò il leone con la voce distante di chi non ha speranza.

“Che cosa potrebbe farci aggirare questo ostacolo?” chiese la visitatrice calma.

“Forse se limitassero le loro visite a un tempo prestabilito… come…”

“Ai cicli lunari?” interruppe la visitatrice.

“Sì, potrebbe funzionare” e aggiunse, “e non pascolare. I pastori con le loro greggi devono rimanere oltre il nostro raggio d’ascolto.”

“D’accordo” annuì la visitatrice. “Torno subito.”

Quando la visitatrice riaprì gli occhi Sitara le era accanto e guardava in basso verso il leone.

“Abbiamo un accordo? Ho la tua parola che lo lascerete libero ora?”

“E lui ha accettato che noi possiamo recarci lì durante la luna piena?” domandò Sitara.

“Sì.”

Sitara emise un sospiro che sembrò diretto al leone nella fossa. “Lo libererò.”

La visitatrice chiuse gli occhi. “Abbiamo raggiunto un accordo, amico mio. Ti libereremo, sii paziente.”

“Mi libererete ora?”

“Sì, ma ci vorrà un po’ di tempo per farti uscire da lì. Abbi pazienza.”

“L’avrò.”

La visitatrice riaprì gli occhi. “Dobbiamo richiamare le guardie?”

“Dipende da quanto velocemente lo vuoi liberare.”

“Il più in fretta possibile.”

Subito Sitara si mise a terra e iniziò a smuovere con grande sforzo uno dei pali acuminati per estrarlo dal terreno. Il leone l’osservava, riconoscendo quello che stava facendo. La visitatrice si unì a lei.

“Io vado là” e indicò il punto opposto.

“Sarà sufficiente toglierne metà” disse Sitara.

Dopo pochi minuti la metà dei pali era stata rimossa e le due donne arretrarono.

“Sei sicura che ora riesca a uscire?”

“Tu non conosci i leoni di montagna come li conosco io” ridacchiò Sitara. “Uscirà.”

Un attimo dopo il leone balzò fuori dalla fossa, e si mise in posizione seduta di fronte alle due donne alla distanza di circa cinque metri.

La visitatrice chiuse gli occhi. “Ora sei libero di andare” disse al leone. Indicò nuovamente la direzione delle rocce sporgenti.

“Prima di andarmene, voglio parlare con l’altra umana. È lei al comando, vero?”

“Sì” annuì la visitatrice. “Sa parlare con gli animali, puoi parlarle direttamente.”

“No, voglio solo vederla riconoscere apertamente il nostro accordo. Falle una sola domanda e voglio vederla annuire con il capo se accetta oppure scuoterlo se in disaccordo. Hai compreso?”

“Sì. Qual è la domanda?”

“Credi al libero arbitrio per tutti?”

“È una buona domanda. Glielo chiederò”

La visitatrice aprì gli occhi e si rivolse a Sitara. “Ha chiesto di farti una sola domanda, a cui dovrai rispondere “sì” annuendo oppure “no” scuotendo il capo.”

“D’accordo. Qual è la domanda?”

“Credi al libero arbitrio per tutti?”

Il leone osservò il volto di Sitara contrarsi leggermente mentre rifletteva attentamente, suppose. Poi, molto lentamente, il suo capo iniziò a ondeggiare su e giù, sempre più velocemente ogni volta. Un sorriso le distese il volto mentre con una lacrima fissò il leone negli occhi. E con questo, il leone si volse dirigendosi verso la sua nuova dimora e la sua nuova compagna.

Sitara iniziò a piangere. La visitatrice la circondò con un braccio. “Perché piangi?”

“Lui sa che ho fatto uccidere la sua compagna.”

“Perché l’hai fatto?”

“Aveva attaccato una delle nostre capre… così abbiamo fatto questa fossa per catturarla. Solo che una volta catturata, la mia gente ha preteso che venisse uccisa perché avrebbe richiamato altri leoni di montagna nel nostro territorio.”

“E qual era il tuo piano, una volta catturata?”

“Intendevo sottometterla per fame, allettarla a entrare in un gabbia con del cibo e poi farla portar via da una carovana in una zona lontana così da non incrociare mai più i nostri sentieri. Giuro che era quello che intendevo fare, ma la mia gente disse che il tutto era troppo impegnativo per un leone di montagna che intendeva rubarci il cibo.”

Sitara tacque asciugandosi le lacrime. “Avrei potuto convincerli a liberarla, ma non mi sono opposta. Avevo paura che se avessi tentato mi sarei allontanata da loro. Così, stupidamente, ho rinunciato e da allora mi sono sentita in colpa ogni giorno.”

“Come sai che il leone sa di questo?”

“Perché ha rifiutato di parlare con me.”

“Pensavo che tu non riuscissi a sentirlo oppure che fosse lui a non sentire te.”

“Mi sentiva, solo rifiutava di parlarmi.”

“Te lo ha detto lui, questo?” chiese la visitatrice con una nuova intensità. “Lo ha detto lui che si rifiutava di parlare con te?”

Sitara annuì. “Mi ha fatto una domanda diretta e io gli ho raccontato quello che ti ho appena detto.”

La visitatrice fece un passo indietro e osservò il volto di Sitara. Erano a circa cento metri dai confini dell’accampamento. Le due donne erano sotto un’oscurItà punteggiata da luci incredibilmente distanti, tuttavia riuscivano a vedersi perfettamente.

“Sei davvero triste o è che cerchi di liberarti dal senso di colpa?”

Sitara alzò lo sguardo fissando la visitatrice negli occhi. ”Non mi conosci abbastanza per fare simili domande.”

“Non è tanto quanto io ti conosca bene, ma quanto bene tu conosci me da non poter non rispondere alle mie domande.”

“Conosci l’uomo che ti ha presentato a me solo da poche ore” disse Sitara, “tuttavia lui ha pensato che tu fossi qualcuno che io avrei dovuto incontrare. Quell’uomo è stato mio studente per ventisei anni, mi fido di lui. Quindi, mi fido di te. Comunque, essendo poche ore, non significa che io mi fidi di te tanto da sentirmi fare queste domande e rispondere di conseguenza.”

“E perché?”

“Perché tu sei una di quelle persone che rimuovono le cento maschere.”

“Cento maschere?”

“Ah, non conosci questa storia…” Sitara ridacchiò piano, ma la visitatrice la udì.

“Se non è una storia troppo lunga, forse potresti raccontarmela… “ La visitatrice fece un cenno con il capo e si sedette. “Per favore…” aggiunse guardando verso Sitara.

Sitara si sedette vicino a lei. Entrambe guardavano la bocca della fossa che ora appariva vuota e desolata ma che solo poco tempo prima un leone di montagna aveva risalito, e quella magnifica presenza pareva in qualche modo permanere.

“Le cento maschere” iniziò Sitara, “è la storia di un principe destinato ad essere re. Il principe aveva un’anima gentile. Era potente, ma generoso; intelligente, ma con una mente aperta; forte, ma vulnerabile. Tutte qualità che si vorrebbero in un re… o in tutti, di fatto.” Tacque e guardò la visitatrice che aveva chiuso gli occhi, come se ascoltare fosse il suo solo scopo.

“Sto ascoltando” disse la visitatrice. percependo lo sguardo di Sitara.

“Il principe era un uomo troppo buono per essere re e loro non vivevano in un’utopia. Vi erano altre nazioni guidate dall’ambizione di esercitare il potere su tutti, e alcune di queste nazioni confinavano con il territorio del principe.

“Man mano che invecchiava, il padre del principe divenne sempre più debole, finché una malattia lo portò alla tomba. Una delle direttive del padre prima di morire fu che il principe cercasse il consiglio del suo più saggio collaboratore: il Consigliere. Il Consigliere era il potere dietro al trono e tutti alla Corte Reale lo sapevano bene, anche la servitù.

“Il Consigliere aveva capito che la guerra era in arrivo, e subito aveva cercato di entrare nelle grazie del principe dicendogli che avrebbe dovuto incontrare i re confinanti rivali e dire che sarebbe stato re nel giro di mesi, se non di settimane. Dire che era avveduto e scaltro almeno quanto loro ma che aveva anche risorse e tecnologie più potenti e amici in posizioni di prestigio.

“Per poter portare avanti questo, il Consigliere pensò che il principe dovesse indossare una maschera mentre andava esplorando i territori vicini. Il Consigliere gli spiegò che il suo aspetto rivelava come fosse troppo gentile e amabile, e i re vicini avrebbero visto la sua debolezza e atteso la morte del padre per attaccare. Quindi, il Consigliere convinse il principe a indossare una maschera. La maschera serviva anche a evitare che il principe mangiasse o bevesse quando era ospite di una famiglia reale, pertanto non c’era possibilità di avvelenamento.

“Così il principe indossò le maschere del Consigliere” continuò Sitara. “Ogni volta che incontrava qualcuno avrebbe indossato una maschera diversa. Il fabbricante di maschere reale lavorò per il Consigliere, che gli disse quale espressione facciale voleva per ogni specifica maschera. Vi erano alcune sottili differenze; per esempio, una maschera avrebbe avuto un’espressione di disprezzo, e la maschera subito dopo un’espressione di inquietudine oppure di distacco.

“Quando infine il principe fu incoronato, indossò una nuova maschera specificamente disegnata per la sua incoronazione. Le parole che il Consigliere aveva detto al fabbricante di maschere furono: disprezzo dissimulato. Il nuovo re venne ucciso con un colpo di stato solo tre giorni dopo la sua incoronazione. Naturalmente, dato che non aveva fratelli, fu chiesto al Consigliere di diventare il nuovo re. E fu il Consigliere che, di fronte a tutto il suo popolo, distrusse la maschera di disprezzo dissimulato, giurando che lui, come loro nuovo re, non avrebbe mai indossato una maschera. Il popolo esultò.”

Sitara rimase in silenzio per un lungo momento, ascoltando le voci del suo accampamento in lontananza. A un certo punto, pensò di aver sentito nel profondo silenzio il ruggito del leone di montagna provenire dalla direzione magnetica verso cui era andato.

“È una bella storia” disse infine la visitatrice aprendo gli occhi. “Ma non capisco come io possa essere vista come il Consigliere.”

“È una storia che si racconta da secoli tra la mia gente, da così tanto tempo che nessuno la racconta più se non ai bambini. Per questo motivo è diventato, almeno tra gli adulti, più un modo di dire per qualcuno che rimuove le maschere del sé esteriore. Di solito, questo processo è riservato soltanto ai nostri amici più intimi e a volte a nessuno.”

“E io non sono nessuna delle due cose…” commentò la visitatrice. Le sue parole contenevano un’energia così sottile nel loro significato che neanche Sitara, che potè percepirla, riuscì a definire.

“Tu avevi pianto” disse la visitatrice voltandosi a guardarla. “L’ho preso come un invito. Nella mia cultura quando qualcuno piange apertamente è spesso un richiamo a rimuovere una maschera; a entrare in confidenza… talvolta anche con un estraneo, se le circostanze sembrano appropriate.”

Sitara lanciò una breve occhiata alla visitatrice e sollevò il volto a fissare le stelle. “Capisco. Hai ragione. Ho la sensazione che questo sia qualcosa che per te è frequente.” Sitara sorrise.

“Di avere ragione?”

“Sì” annuì Sitara.

“Io guardo tutto come a delle opinioni, e soltanto opinioni. Tutto quello che è connesso con parole è un’opinione e nulla più. Le opinioni non sono né giuste né sbagliate… sono indeterminate. Solo i fatti possono essere giusti o sbagliati.”

“Allora, che cos’è un fatto?” chiese Sitara.

”È una logica schiacciante.”

“Fammi un esempio…”

”È una logica schiacciante supporre che siamo vivi, che abbiamo una coscienza.”

“D’accordo. E che altro?”

”È tutto qui” disse la visitatrice alzandosi in piedi. “Devo tornare dai miei compagni. Probabilmente si staranno chiedendo dove sia finita.”

“Non è un fatto che tu sia qui con me, a pochi metri dalla fossa del leone? Non è un fatto, questo?” chiese Sitara, come se non fosse disposta che la visitatrice terminasse quella conversazione per andare alla ricerca dei suoi compagni.

”È un’opinione” disse la visitatrice.

“Ma la nostra coscienza ci informa di questo fatto e se la coscienza è un fatto, come può questo non essere – anche solo per associazione – un fatto?”

La visitatrice sospirò e scrutò il cielo. “Vedi quella stella?” e indicò la Stella del Nord.

“Quella brillante?”

“Sì” rispose la visitatrice.

”È il nostro navigatore quando l’oscurità è limpida” disse Sitara. “Noi tutti la conosciamo bene.”

Sitara si alzò e si sgranchì un po’.

La visitatrice rimase in silenzio in attesa che Sitara fosse di nuovo attenta. “Allora sai che la sua luce ci aiuta ad orientarci nel nostro mondo quando il sole non c’è. Tuttavia, posso facilmente seguire la sua luce fino alla stella, così come servirmene per trovare la mia strada qui. Io non sono qui con te. Io sono… ovunque scelga di essere. Non c’è nessun fatto nella mia posizione localizzata da un momento all’altro. Tutto in questo mondo è una questione di apparenze proprio come la tua storia delle maschere.

“Io non sono questo corpo” continuò la visitatrice puntando il dito verso di sé. “Potresti dire che il mio corpo umano è qui insieme al tuo corpo umano e che questi corpi siano vicini a una fossa per leoni vuota. Questo è tanto un fatto in quanto sei tu a farlo. Però nessuno parla in questo modo, e per un buon motivo: non è pratico. Le opinioni sono molto più facili da esprimere, e questa è lo loro bellezza funzionale.

“Potrei essere in una prigione, ma non è un fatto che io sia in prigione: è un’opinione. Ed è un’opinione perché non possiamo parlare per come appare un’altra realtà. Possiamo parlare soltanto della nostra propria realtà, ed anche allora dobbiamo sapere che la nostra comprensione si limita alle apparenze, alle speranze, ai sogni, alle credenze, ai desideri, ai bisogni e ai sentimenti come compresi dai sensi umani che sono unici per noi. La nostra condizione umana (humanness) non è mai esistita prima e non esisterà mai più, e, se c’è qualcosa che sai, è questo che sai. Questo, per associazione con la nostra coscienza, è un fatto.”

Ci fu una lunga pausa e Sitara disse poi piano con una strana voce. “Solo poco fa ho pensato di aver sentito il ruggito del leone in lontananza…”

“La sua vita sta per cambiare…”

“Sì, sì, sì… è così!” l’interruppe Sitara. “Tu sei una Mutatrice.”

“Una che cosa?”

“Una Mutatrice. I mutatori sono rarissimi. Sono persone che cambiano lo spaziotempo. Nelle nostre leggende ne abbiamo una di nome Lasonia. Visse molto tempo fa, ma fu la nostra Mutatrice. I Mutatori sono filosofi per natura. E questo è ciò che tu sei. Cambi lo spaziotempo in cui vivi, e ciò significa che chiunque entri nella tua orbita viene cambiato, segue una nuova traiettoria.”

“Tutti lo fanno” disse la visitatrice con nonchalance. “Secondo tale definizione, chiunque è un Mutatore.”

Sitara scosse il capo. “No, non tutti. I Mutatori non cambiano soltanto le cose, ri-orientano le cose così che possano essere più sé stesse… la cosa sottostante a tutte le maschere. Non cambiano le cose per renderle diverse o per conformarsi a qualcosa. Cambiano le cose affinché un singolo individuo sia sé stesso ancora e ancora e ancora, è l’ironia di questa denominazione: Mutatori.”

“Nessuno sa veramente che cosa deve fare un altro per diventare maggiormente il suo sé più profondo, quello che io chiamo il Sovereign” replicò la visitatrice.

“Pensi davvero che sarebbe stato meglio per il leone perire di fame in quella fossa e morire da solo? Ciò che hai fatto è stato cambiare la traiettoria della vita di quel leone nello spaziotempo, e in modo tale che il leone può essere sé stesso più pienamente.”

La visitatrice alzò le spalle. “La tua definizione per Mutatore dà un nome a qualcuno che semplicemente porta la propria immaginazione e intuizione a tutto ciò che incontra, a uno che opera con la mente e il cuore in partnership. Tutto il resto sono solo parole, etichette, scatole e misure per soddisfare la materia rosa dei nostri cervelli. Secondo tale definizione sono correttamente detta una Mutatrice, ma rifiuterò l’uso di questo nome ogni volta che in futuro lo userai in relazione a me” disse con enfasi muovendo il capo. “Hai compreso?”

Sitara si volse e cominciò ad allontanarsi. “Dobbiamo trovare i tuoi amici, saranno preoccupati per te.”

La visitatrice raggiunse rapidamente Sitara camminandole a fianco.

Sitara le lanciò un’occhiata. “Ho notato che hai sempre tenuto in mano quella clavicola. Perché?”

La visitatrice la porse a Sitara. ”È un dono.”

Sitara esitava a prenderla. “Per che cosa?”

“Per ricordare.”

“E se non volessi ricordare?”

“Allora seppelliscila nella sabbia.” La visitatrice si fermò di colpo e porse l’osso affinché Sitara lo prendesse.

“È un tuo dono?” chiese Sitara senza muoversi.

La visitatrice scosse il capo. “No. Il leone mi ha chiesto di darlo a te. È il suo dono.”

Sitara scosse la testa fissando il terreno. Poi lentamente alzò lo sguardo verso il cielo della notte. Fece un profondo respiro e lo espirò lentamente, analizzandolo attentamente tra le labbra. Prese la clavicola con un sorriso. “Posso fare tutte e due le cose.”

“Tutte e due?”

“Posso tenerlo per un po’ come ricordo e poi, quando il ricordo non mi perseguiterà più, lo ritornerò alle sabbie del deserto.”

Le due amiche camminarono insieme.

“Tu mi piaci” affermò Sitara d’improvviso. “Spero che tu voglia rimanere quanto ti è possibile, provvederò io personalmente al tuo confort e cura.”

La visitatrice di colpo si fermò e strinse una spalla di Sitara, che si era bloccata a sua volta. “Lo hai sentito?” La visitatrice guardò nella direzione verso cui il leone era andato. Rimasero entrambe in silenzio per circa cinque secondi. “Gli ho detto di ruggire un’ultima volta.” La visitatrice le fece l’occhiolino.

Da qualche parte nelle profonde oscurità del deserto sotto il cielo ingioiellato, un possente ruggito raggiunse le loro orecchie come la luce soffusa di una stella gigante sull’altra parte della galassia.—